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L’adolescenza è, per definizione, una fase di passaggio
tra l’infanzia e l’età adulta: in altre parole, è di per
sé una fase di instabilità. L’adolescente, infatti, non
è né adulto né bambino. E’ appunto un adolescente: colui
che cerca di svincolarsi dall’infanzia e dai legami
dell’infanzia, colui che cerca di immaginare e costruire
il suo modo di essere adulto ma che non è ancora adulto.
Perciò, l’adolescenza è il periodo della vita,
caratterizzato da continue e marcate oscillazioni.
L’adolescente tipico, infatti, ondeggia tra bonaccia e
tempesta ed oscilla continuamente tra modi funzionamento
adulto e modo di funzionamento infantile. Insomma, un
giorno rivendica l’essere trattato e considerato come un
adulto ed il giorno dopo chiede attenzioni ed
atteggiamenti adeguati ad un bambino.
L’adolescente tipico è, poi, centrato su se stesso: e
il suo mondo lo assorbe completamente. E’, infatti,
immerso nel compito evolutivo: costruirsi una nuova
identità, che non è più quella di un bambino.
Già queste poche notazioni permettono di capire perché la
clinica dell’adolescenza si presenti così complessa.
Proprio le caratteristiche evolutive dell’adolescenza
rendono, infatti, molto complicato il rapporto
dell’adolescente con il mondo adulto. Quest’ultimo si
configura spesso per l’adolescente come un mondo da cui
bisogna prendere le distanze, perché è un mondo che
vuole imporre le sue regole ed il suo modo di essere ed
un mondo da cui l’adolescente si sente spesso distante
(“non mi capisce”) e che considera con sufficienza o
francamente sbagliato.
I clinici sono adulti: e con loro, l’adolescente non
può allora non avere un rapporto complesso, connotato da
un sottofondo di ambiguità. Non è casuale che proprio la
psicoterapia dell’adolescenza è quella che tende a
registrare il maggior numero di interruzioni ed
abbandoni. Non è né facile né immediato interpretare
questo fenomeno delle interruzioni, ma serve comunque a
ricordare che:
a)
il rapporto tra adolescente ed adulto è un
rapporto, che presenta fisiologicamente una forte
oscillazione;
b) l’adolescente ha un forte bisogno di sentirsi
padrone della sua vita e questo si esplica spesso
proprio nel prendere le distanze dall’adulto;
c)
l’alleanza tra adolescente ed adulto è sempre e
comunque un’alleanza a tempo ed è l’adolescente a
deciderne modi e tempi;.
Non bisogna, infatti, dimenticare che il luogo di
“autocura” naturale dell’adolescente è il gruppo dei
coetanei: tra di loro, si attua, infatti, in modo
spontaneo quel processo di rispecchiamento, che
costituisce la culla naturale del processo di
riformulazione dell’identità.
Le configurazioni psicopatologiche dell’adolescenza
La psicopatologia dell’adolescenza tenda spesso a
presentare un carattere esplosivo e toni drammatici,
proprio in virtù delle caratteristiche della fase.
In
genere, la psicopatologia richiama il problema evolutivo
proprio dell’adolescenza e cioè il tema dell’identità e
della sua riformulazione. Tutto questo può manifestarsi
in una difficoltà di svincolo dall’identità infantile o
con problemi legati all’area narcisistica. Il tema del
corpo diviene poi assolutamente centrale: è infatti
qualcosa che cambia, a volte in modo repentino, e nel
quale l’adolescente sperimenta non soltanto il
cambiamento dell’identità corporea, ma anche
l’impossibilità di esercitare un controllo. Spesso,
infatti, il cambiamento corporeo è sentito come una
sorta di “passivizzazione”: è qualcosa che avviene al di
fuori della volontà. E’ per questo che la
psicopatologia, in adolescenza, ha spesso riferimento
alla realtà corporea ed alla relazione tra mente e
corpo.
Le configurazioni psicopatologiche in relazione alla fase
evolutiva
Agli inizi, si tendeva a concepire l’adolescenza come un
processo unico. Oggi è invece invalsa la tendenza a
considerarla, come l’età evolutiva, un processo a tappe.
Si parla così di prima e seconda adolescenza, facendo
riferimento alle caratteristiche ed ai compiti evolutivi
che segnano le diverse età.
La prima adolescenza pone in primo piano il tema dello
svincolo dalla relazione infantile, della scoperta del
corpo e quello dell’inizio del processo di ridefinizione
dell’identità.
E’ così che in questa fase tendono a presentarsi
problemi psicopatologici, legati a questi temi.
Da un lato, troviamo quelle forme di psicopatologia che
denunciano la difficoltà dello svincolo dalle relazioni
infantili. La sua massima espressione è quello che è
stato chiamato il breakdown adolescenziale: il non
accesso alla fase, alla crisi ed alle tematiche proprie
dell’adolescenza.
L’adolescente, insomma, è tale soltanto da un punto di
vista dell’età cronologica: per il resto è rimasto fermo
ad un’identità infantile. Il processo evolutivo,
insomma, resta bloccato e si verifica una sorta di non
accesso a quelle che sono le tematiche tipiche
dell’adolescenza.
Spesso il breakdown si configura come un quadro
silente: non ci sono le tempeste e le oscillazioni di
funzionamento, proprie della fase. Ma la scarsa
espressività clinica e sintomatologica non significa che
non sia una psicopatologia di scarsa entità: è anzi
proprio la qualità dell’arresto del processo di sviluppo
a renderla una psicopatologia di grave entità clinica.
Dall’altro, si trovano quelle forme psicopatologiche che
denunciano conflitti o blocchi nell’accettazione della
crescita corporea, della ridefinizione della relazione
mente/corpo e dell’identità.
Abitualmente, in questa area sono quasi sempre presenti
temi legati al senso dell’impotenza.
La ridefinizione dell’identità, propria di questa fase
comporta, infatti, il riemergere della struttura di base
del sé: il senso di validità di sé torna ad essere
quindi un tema cruciale e la sua espressione negativa –
il senso dell’impotenza –caratterizza spesso qualsiasi
problema psicopatologico.
Nella seconda adolescenza, le configurazioni
psicopatologiche tendono ad avvicinarsi a quelle
dell’adulto. E non è difficile rendersi conto del
perché. Infatti, se la prima adolescenza è l’età
connotata dall’emergenza dei temi adolescenziale e dal
problema dell’integrazione dei suddetti temi nella
struttura del sé, la seconda adolescenza si presenta più
caratterizzata dal problema della loro elaborazione e
trasformazione in senso personale.
In questo periodo, dunque, l’adolescente deve
confrontarsi sul come è riuscito ad attuare
un’integrazione sufficientemente stabile delle strutture
del sé e sul come dare vita al suo progetto
esistenziale. Deve insomma confrontarsi sul come e
quanto è riuscito il compito evolutivo della prima
adolescenza, come e quanto è una persona
sufficientemente integrata, come e quanto sente di poter
vivere una sua vita autonoma.
La psicopatologia che esordisce in questa fase, dunque,
è legata meno strettamente all’integrazione, come accade
nella prima adolescenza, e più al risultato
dell’integrazione stessa. Ed è per questo che la
psicopatologia può allora essere avvicinarsi di più a
quella dell’adulto, perché si esprime appunto sulla
capacità di “farcela” e di riuscire ad attuare una
dimensione vitale significativa.
Naturalmente, questa divisione è più che altro teorica:
nella pratica clinica, infatti, i temi nulla è così
nettamente differenziato e nella seconda adolescenza
sono presenti temi, atteggiamenti e quadri, che
appartengono alla prima.
La psicopatologia grave comprende i seguenti disturbi:
• i disordini alimentari
• il breakdown adolescenziale
• i comportamenti dissociali
• il tentativo di suicidio
• le rotture psicotiche
E’ comunque doveroso segnalare che si tratta di
condizioni psicopatologiche che richiedono un modello di
gestione clinica integrato (che coinvolge quindi anche
strutture e possibilità di ricovero) e che quindi
difficilmente possono essere trattate esclusivamente
attraverso un processo psicoterapeutico. Quest’ultimo,
infatti, costituisce un segmento di un processo di presa
in carico, che deve essere comunque integrato e
coinvolgere più istanze.
Il continuum tra normalità e patologia nell’adolescenza
Come in età evolutiva, così in adolescenza non si può
tracciare una linea di demarcazione netta e precisa tra
ciò che è normalità e ciò che è patologia. Infatti,
spesso gli episodi di “crisi evolutiva” adolescenziale
tendono a manifestarsi ed esprimersi con modi o anche
sintomi, che possono essere gli stessi riscontrabili nei
quadri psicopatologici.
Anche l’adolescenza è un processo a sbalzi; e ciò
significa, necessariamente, episodi critici.
Come in età evolutiva, così in adolescenza il criterio
che permette di discriminare episodio critico, che
rientra dunque nella normalità, ed esordio
psicopatologico è un criterio di durata. Infatti,
l’episodio critico è di natura transitoria e quindi
destinato a risolversi spontaneamente. L’esordio
psicopatologico, invece, delinea il contrario: un blocco
o un punto di arresto del processo evolutivo.
La normalità dell’adolescenza, tuttavia, se confrontata
con quella dell’età evolutiva, è caratterizzata da
maggiore discontinuità e dalla maggiore incidenza di
crisi ed episodi critici. Perché, per dirla in uno
slogan, l’adolescenza è già di per sé una fase connotata
dalla discontinuità e dalla criticità.
Le crisi evolutive dell’adolescenza hanno relazione con
i compiti evolutivi della fase, ma, a differenza di
quelle dell’età evolutiva, sono prevalente legate
all’andamento soggettivo di ogni adolescente. Non hanno
insomma quella tipicità (almeno temporale) che si è
cercato di descrivere in relazione al bambino.
In altre parole, tutti gli adolescenti le hanno, ma
ognuno le ha a modo e tempo suo.
In adolescenza, insomma, è necessario abituarsi a
considerare che sintomi o anche costellazioni
sintomatologiche possono rientrare nella normalità.
Adolescente che passa un periodo depressivo, che si
isola ancor più del solito nella sua stanza, che
comincia a disinvestire il mondo esterno, che si
concentra ossessivamente sulla palestra, l’adolescente
che fa uso episodico di droghe leggere, che passa un
periodo, mangiando in modo insolito, non è
necessariamente un adolescente che entra nell’area della
psicopatologia.
E’ forse un adolescente che attraversa un momento di
disagio evolutivo, ma questo non vuole necessariamente
dire patologia o disturbo conclamato.
Lo
stesso rapporto di continuità, che è necessario avere
come costante riferimento nella normalità
dell’adolescenza, deve essere considerato e tenuto
presente anche nella patologia.
Infatti, come il bambino, così l’adolescente vive
all’interno di un processo evolutivo, le cui forze
progressive sono comunque attive. In altre parole, se la
patologia segnala che in un’area di sviluppo si è
determinato un conflitto o un blocco, ciò non vuol dire
che l’intero processo di crescita ha subito un arresto
totale.
E’ così cruciale considerare quali sono le aree in cui
l’adolescente vive e funziona da adolescente: quelle
sono, infatti, le aree di normalità.
La definizione del profilo psicologico
Alla luce di quanto detto precedentemente, si comprende
il perché sia così essenziale arrivare ad una
definizione del profilo psicologico dell’adolescente,
che inizia un processo terapeutico. Avere un quadro più
o meno approssimativo di come funziona l’’adolescente,
infatti, ci permette di capire dove sono i punti di
maggior debolezza e quelli di forza.
E questo diventa cruciale per ragioni che si potrebbero
riassumere in:
a) il problema dell’alleanza
terapeutica. Nella psicoterapia dell’adolescente,
l’alleanza terapeutica non passa più per i genitori ma
si stabilisce direttamente con lui. Il terapeuta,
allora, deve, almeno in linea di massima, avere
un’ipotesi sul chi è l’adolescente perché questo
permetterà di prevedere (sempre in linea di massima)
quali sono i punti di forza e quelli di debolezza
dell’alleanza terapeutica stessa;
b) l’adolescente ha una certa
consapevolezza del suo stato di malessere. Ma non è
ancora la consapevolezza di un adulto e spesso si
esplica nel sentire di “avere un problema”. Così,
frequentemente, per lui, una volta ridimensionato il
problema, la psicoterapia non ha più ragione di andare
avanti. E’ allora fondamentale che il terapeuta abbia –
sempre in linea di massima – una visione del gioco tra
punti di forza e debolezza, perché questo permette di
avere un’ipotesi sul dove è arrivato il processo
terapeutico e sulla necessità di proseguire;
c) gli adolescenti tollerano poco le incertezze da parte
del mondo adulto. Avere un’ipotesi – sempre in linea di
massima – sul funzionamento dell’adolescente aiuta
allora il terapeuta ad esercitare il suo ruolo in modo
più preciso e puntuale e a rendere la sua funzione
terapeutica aderente ai problemi propri e specifici
dell’adolescente.
La definizione degli obiettivi psicoterapeutici
Spesso, la peculiarità dell’adolescenza, che si traduce
frequentemente in una qualità di imprevedibilità,
contribuisce alla formulazione di progetti terapeutici
vaghi o indeterminati.
Viceversa, è proprio la sopraccitata caratteristica che
rende ancora più necessario formulare un progetto
terapeutico, che si esplica nella possibilità del
raggiungimento di determinati obiettivi.
In primo luogo, questo consente percorsi terapeutici
con una linea di continuità, permette di comprendere le
eventuali fasi di stallo e di avere comunque una
direzione di massima.
Tutto questo è cruciale, perché se ogni processo
terapeutico ha un suo andamento peculiare, non
prevedibile e non preventivabile ai suoi inizi, in
adolescenza questo si configura spesso attraverso quella
discontinuità che è propria dell’età. Conservare,
dunque, una sorta di filo di Arianna verso una meta ed
un punto di arrivo diventa allora, anche per il
terapeuta il modo per non perdersi all’interno dei salti
e delle discontinuità del processo.
Naturalmente, la definizione degli obiettivi
terapeutici dipende dal singolo caso.
In generale, si può riassumere però nella possibilità
di riattivare il natura svolgersi del processo di
crescita, riducendo o risolvendo ciò che lo ostacola o
lo blocca.
E’ però necessario tenere sempre presente che, a
differenza di quanto accade in età evolutiva,
l’adolescente ha una sua visione di ciò che vuole e, in
un certo senso, un suo obiettivo da raggiungere. E non
necessariamente coincide con quello che è stato
prefissato come punto di arrivo del processo
terapeutico.
Forse questa è una delle ragione delle frequenti
interruzioni psicoterapeutiche, che avvengono. Ma è
comunque un dato, che non deve essere mai dimenticato:
ciò che il terapeuta considera come un necessario punto
di arrivo, non sempre lo è anche per l’adolescente che
ritiene il processo concluso, quando ha raggiunto il suo
obiettivo.
E d’altro canto, questo non deve mai portare alla
conclusione, che risulterebbe soltanto erronea, che
allora è inutile tentare di definire degli obiettivi
terapeutici, in adolescenza. Questo,infatti,
incrementerebbe soltanto la possibilità di mettere in
piedi processi indeterminati e privi di direzione.
La relazione psicoterapeutica
E’ evidente che la relazione psicoterapeutica, in
adolescenza, segue un suo andamento peculiare.
L’adolescente, infatti, non è più il bambino spontaneo
e non è neppure l’adulto, che, in un modo o nell’altro,
ha una domanda, cui attende risposta. L’adolescente è in
mezzo e molto spesso non sa neppure lui di che cosa ha
bisogno.
Così l’adolescente, in generale, ed ogni adolescente,
in particolare, fa un uso personale della relazione
terapeutica: qualcuno ne usa il valore di spazio
neutrale, qualcuno quello di tempo, qualcun altro quello
di ascolto o di scambio.
E spesso gli adolescente lo fanno senza dirlo ed è
magari a posteriori, o indirettamente, che lo
psicoterapeuta ne viene a conoscenza.
Ciò si traduce nel fatto che la relazione terapeutica
in adolescenza ha un carattere che spesso non è
traducibile in parole.
Questo vuol dire che lo psicoterapeuta deve spesso e
volentieri procedere, senza avere una conferma di quello
che fa e dell’eventuale punto cui è giunto il processo.
Lo sa, magari a posteriori o indirettamente, perché
l’adolescente comincia a manifestare un modo diverso di
essere o perché, improvvisamente, assume un
atteggiamento generale diverso.
In adolescenza, il silenzio diventa spesso una presenza
ricorrente. Perché l’adolescente usa lo spazio, la
presenza e le parole del terapeuta senza dirlo. Perché
l’adolescente rielabora e ricostruisce il suo mondo
interno con modi diversi da quelli, cui siamo abituati
nella realtà adulta. Perché l’adolescente condivide
soltanto una parte del suo mondo con l’adulto.
Qualunque sia la ragione, è necessario ricordare che la
relazione terapeutica in adolescenza manifesta spesso
larghe zone di ombra e pone, frequentemente, in primo
piano la questione del silenzio.
E a proposito del silenzio, bisogna aprire una
parentesi. Come noto, il silenzio, può assumere
significati diversi.
Può essere il silenzio, che accompagna un momento di
ripensamento e rielaborazione. Deve essere allora
rispettato ed accompagnato. Può essere il silenzio, che
accompagna un momento di incomprensione o una fase di
ostilità. Va allora affrontato.
Ma può essere, e spesso in adolescenza è, il segno di
un’incapacità di comunicare. L’adolescente vive,
insomma, una sorta di ripiegamento su e all’interno di
sé stesso o è prigioniero della paura di essere
giudicato e criticato, che riduce o impedisce la
possibilità di esprimere e raccontare sé stesso con
l’altro.
Questa, che è divenuta oggi una condizione psicologica,
frequentemente riscontrabile tra gli adolescenti,
richiede una diversa posizione da parte dello
psicoterapeuta.
Quest’ultimo non può, infatti, lasciare l’adolescente
nel suo silenzio: così facendo, verrebbe meno al suo
compito ed alla sua funzione terapeutica. E’ allora
necessario che affronti il silenzio, andando a cercare
l’adolescente, chiuso nel suo bozzolo.
E’ naturalmente un processo complesso perché lo
psicoterapeuta si trova tra la Scilla dell’intrusività e
la Cariddi della mancanza di comunicazione. Ma è un
compito che bisogna comunque affrontare: altrimenti
l’adolescente resta solo nel suo bozzolo ed il processo
terapeutico viene meno alla sua stessa funzione. |