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La psicosi costituisce
un drammatico esempio di come il concetto di unità della
personalità sia un traguardo da raggiungere e non un
punto di partenza, e di come questa unità sia ben
lontana dall'essere conferita in dono all’uomo, come
qualcosa di naturale e inevitabile, ma debba invece
essere realizzata da ciascun individuo, mediante uno
sforzo continuo, che può durare anche per tutto il corso
della vita.
Gli studiosi che si
sono interessati alla psicosi, ne hanno fornito
descrizioni differenti. Per spiegare tale fenomeno
vennero presentate varie teorie. Sorse inizialmente una
discussione tra associazionisti e organicisti: i primi,
parlavano di scissione mentale e di perdita della
connessione tra i gruppi principali di associazioni; gli
organicisti, invece, sostenevano che la causa della
psicosi fosse da ricercarsi in particolari modificazioni
organiche nel cervello.

La psicoanalisi
freudiana postulerà la psicosi come il risultato di un
conflitto tra l’Io e il mondo esterno, in antitesi alla
nevrosi che Freud considerava come il prodotto di un
conflitto tra l’Io e l’Es.
Nella storia della
psicologia il concetto di psicosi “cammina a braccetto”
con quella che tutt’oggi è considerata come una delle
più gravi patologie mentali, la schizofrenia.
La
“psicologia popolare” tende a confondere con facilità in
significato della parola “schizofrenia” con quello di
“personalità divisa”. In realtà il termine
“schizofrenia” deriva dalla fusione di due parole greche
e significa “cervello diviso”. Con questo termine Eugene
Bleuler non voleva alludere alla divisione dell'individuo in
personalità destinate ad alternarsi al controllo della
persona, ma al contrario voleva indicare la divisione
delle funzioni psichiche, cioè un tipo di spaccatura
tra la parte della persona che sa ciò che sta accadendo
e la parte che semplicemente lo sente: cioè tra facoltà
mentali e sensibilità.
L’idea che sta dietro questo termine, quindi, è quella
di una profonda divisione tra pensieri, emozioni e
reazioni fisiche del soggetto, in virtù della quale la
reazione emotiva ad un pensiero o la risposta fisica ad
un’emozione, risulta completamente impropria o
sproporzionata. Tale divisione produce deliri e gravi
disturbi mentali. Lo schizofrenico vive simultaneamente
atteggiamenti, emozioni e comportamenti inconciliabili e
nello stesso tempo soffre di terribili distorsioni di
consequenzialità logica e di senso della realtà.
Emil Kraepelin
(1855-1926) fu il primo psichiatra che differenziò dalla
massa di malati mentali ricoverati negli ospedali,
quell'entità patologica cui dette il nome di “demenza
precoce”. Questo termine era già stato usato dallo
psichiatra francese Morel, ma con un diverso
significato. Per Morel “precoce” significava che lo
stato demenziale iniziava molto presto o precocemente
nella vita, a differenza della demenza senile, che si
verifica nell'età avanzata. Per Kraepelin, invece, il
termine precoce acquistò un ulteriore significato: cioè
che lo stato di demenza seguiva precocemente o subito
dopo l'inizio della malattia.
Il
contributo più importante di Kraepelin consistette
nell'inclusione nella stessa sindrome della catatonia,
già descritta da Kahlbaum, della ebefrenia e della
“vesania tipica”, pure descritta da Kahlbaum,
caratterizzata da allucinazioni uditive e da spunti
persecutori. Avendo esaminato migliaia di malati a
distanza di tempo, Kraepelin poté classificare le
caratteristiche comuni riscontrate, anche se
apparentemente i casi sembravano molto diversi gli uni
dagli altri. La caratteristica che più lo colpì fu la
tendenza progressiva verso uno stato demenziale. Gli
altri pazienti che non avevano questa tendenza, come i
maniaco-depressivi, furono separati dal gruppo “precoce”
e successivamente si riconobbe che presentavano anche
altri sintomi differenziali. Usando questo metodo di
osservazione Kraepelin riuscì a differenziare e a
definire come demenza precoce una sintomatologia
costituita da allucinazioni, deliri, emotività
incongrua, diminuzione dell'attenzione, negativismo,
stereotipie di comportamento e progressivo
deterioramento, con un sensorio relativamente integro.
Una volta definita questa sindrome, Kraepelin cercò di
darne una descrizione il più possibile accurata. Egli ne
descrisse tutti i più piccoli particolari. La sua
monografia “Demenza precoce e parafrenia” resta
ancora oggi la descrizione più completa dei sintomi
della schizofrenia da un punto di vista fenomenologico.
Il sintomo è descritto e accettato com'è, senza alcun
tentativo di interpretazione sia fisiologica che
psicologica.
Kraepelin suddivise i malati in tre gruppi:
l'ebefrenico, il catatonico e il paranoide. In seguito
accettò la differenziazione di un quarto tipo, il
semplice, che gli era stato suggerito da Bleuler.
Inoltre separò dalla demenza precoce una nuova entità
nosologica, la “parafrenia”. Anche per questa sindrome
il decorso costituisce un dato fondamentale: nonostante
il procedere della malattia non c'è decadimento della
personalità. Quanto all'eziologia, Kraepelin considerò
la demenza precoce come una malattia endogena, cioè non
dovuta a cause esterne. Da prima pensò che fosse dovuta
a una patologia organica del cervello, in seguito
formulò l'ipotesi che fosse dovuta a un disturbo
metabolico.
Il
grande merito di Kraepelin consiste nell'aver
sintetizzato efficacemente gli studi di Kahlbaum, Morel,
Wundt e altri, organizzandoli nel proprio sistema.
La
sua concezione della malattia fondata sulla prognosi,
tuttavia, rinforzò l'atteggiamento fatalistico del
pubblico verso le malattie mentali e scoraggiò i
tentativi terapistici.
Kraepelin sembra vedere il malato come separato dalla
società o come se dovesse esserne separato. Non formulò
mai l'ipotesi che lo schizofrenico potesse essere stato
influenzato da forze sociali o che potesse anche essere
un prodotto della società. Si interessò più della
struttura dei fenomeni psichici che del loro contenuto.
Eugene Bleuler
(1857-1930) accettò molti punti di vista di Kraepelin,
ma dette nuova vita ai concetti kraepeliniani e ne fece
una revisione, nel tentativo di andare al di là di un
orientamento puramente descrittivo.
Nel
1911 Breuler pubblicò una monografia sulla demenza
precoce, risultato di molti anni di studi e di ricerca.
Egli ribattezzò la sindrome col nome di “schizofrenia”,
volendo con ciò indicare che una delle sue
caratteristiche fondamentali era la frattura delle varie
funzioni psichiche, piuttosto che l'evoluzione verso uno
stato demenziale. Rivide il concetto kraepeliniano della
demenza precoce in quanto entità clinica, poiché fece
rientrare nel gruppo schizofrenico molte sindromi che a
quel tempo nessuno era preparato a considerare in
qualche rapporto con la schizofrenia. Incluse nel gruppo
schizofrenico le psicosi che si instaurano nelle
personalità psicopatiche, le allucinosi alcoliche, le
psicosi da prigionia e i casi di psicosi
maniaco-depressive sintomatiche. Inoltre Bleuler
riteneva che la maggior parte dei casi di schizofrenia
fossero latenti e che i pazienti che ne erano affetti
non venissero mai ricoverati in ospedale perché i
sintomi non erano abbastanza gravi, anche se rivelavano
stranezze nel comportamento che sono da attribuirsi ad
un processo schizofrenico nascosto.
Bleuler classificò i sintomi della schizofrenia in due
serie di gruppi: i gruppi dei sintomi fondamentali e
accessori, e quelli dei sintomi primari e secondari. I
sintomi fondamentali non sono necessariamente quelli
primari, ma sono i sintomi presenti in certo grado in
ogni caso di schizofrenia, latente o conclamata. I
sintomi accessori sono quelli che possono comparire o
no. Tra i sintomi fondamentali Bleuler includeva
l'alterazione del processo di associazione, da lui
considerata come la caratteristica più importante della
schizofrenia, come pure un tipo particolare di pensiero
e di comportamento, che egli denominò autismo. Fra i
sintomi accessori incluse le manifestazioni acute della
psicosi come i deliri, le allucinazioni, gli
atteggiamenti catatonici, ecc.
Per
sintomi primari intendeva quelli direttamente collegati
col processo della malattia, cioè i fenomeni necessari
della malattia. Il più importante di essi è di nuovo il
disturbo dell'associazione. I sintomi secondari sono
causati dall'azione combinata di quelli primari e dei
fattori psicogeni.
Bleuler si spinse oltre la posizione di Kraepelin: volle
spiegare i sintomi nei riguardi tanto del loro contenuto
psicologico quanto della loro struttura. Quanto al
contenuto, accettò le spiegazioni di Freud, anche se si
rendeva conto che queste non erano sufficienti, poiché
sentiva di non poter eliminare l'ipotesi che la
schizofrenia potesse essere causata da una malattia
organica.
Adolph Meyer
(1866-1950) era uno psichiatra svizzero, che nel 1892 si
trasferì negli Stati Uniti. La schizofrenia aveva
costituito uno dei suoi interessi principali, fin
dall'inizio della sua carriera. Meyer non era
soddisfatto dell'importanza data alla eredità e alla
autointossicazione nella eziopatogenesi della demenza
precoce. Egli riteneva invece che i fattori psicologici,
ai quali i profani e le vecchie scuole psichiatriche non
avevano dato tanta importanza in passato, dovevano
essere riesaminati.
Sosteneva che il malato doveva essere studiato
“longitudinalmente”: dall'inizio della sua vita dovevano
essere ricercati ed esaminati, cioè, tutti quei fattori
che potevano aver contribuito al suo stato mentale.
Meyer si convinse così che la demenza precoce era la
conseguenza di un accumulo di disturbi delle abitudini o
di abitudini a reazioni difettose. L'individuo che è
incapace di affrontare i problemi e le difficoltà della
vita e si trova di fronte a un insuccesso dopo l'altro,
tenderebbe verso quelle che Meyer chiamò “reazioni
sostitutive.”
Dapprima queste nuove abitudini appaiono come dei
sotterfugi volgari e innocui, come il sogno ad occhi
aperti, la ruminazione, la diminuzione degli interessi,
ecc., ma in seguito diventano dannose, incontrollabili e
tendono ad assumere meccanismi definiti e dannosi, come
allucinazioni, deliri, blocco, ecc. Questi meccanismi
anormali, secondo Meyer, si possono spiegare
parzialmente come sostituti di un efficace adattamento a
difficoltà concrete e reali. Egli vide la demenza
precoce come l'evoluzione inevitabile di conflitti di
istinti o conflitti di complessi dell'esperienza, dovuta
all’incapacità di attuare un adattamento costruttivo
innocuo.
Meyer dette al disturbo il nuovo nome di “parergasia”,
che etimologicamente significa “incongruenza di
comportamento”. Questa espressione, tuttavia, non ha
incontrato successo al di fuori della sua scuola.
Il
maggior merito di Meyer sta nell'aver riaffermato
l'importanza dei fattori “mentali” o psicologici
nell'eziologia della schizofrenia, anche se, dai suoi
scritti, non si capisce chiaramente quando un paziente
che ha delle “cattive abitudini” debba essere
considerato uno schizofrenico conclamato.
Sigmund Freud
(1855-1939) definì
la schizofrenia come una regressione in risposta a
un'intensa frustrazione e al conflitto con altre
persone. Tale regressione dalle relazioni oggettuali a
uno stadio evolutivo autoerotico avveniva parallelamente
a un ritiro di investimento emotivo dalle
rappresentazioni oggettuali e dalle figure esterne,
spiegando così la comparsa del ritiro autistico nei
pazienti schizofrenici. Freud postulò allora che la
carica energetica disinvestita fosse reinvestita sul Sé
o sull'Io.
Durante il corso della sua vita professionale, Freud si
dedicò soprattutto allo studio delle nevrosi e solo
secondariamente a quello delle psicosi. La sua influenza
su tutta la psicologia è però di tale ampiezza e di
natura così rivoluzionaria, che anche il campo delle
psicosi dovette essere riveduto alla luce dei suoi
contributi.
In
“Le neuropsicosi di difesa”, una delle sue prime
opere psicoanalitiche, scritta nel 1894, nove anni prima
delle interpretazioni dinamiche di Adolph Meyer, Freud
descrisse per primo come le idee intollerabili possano
dare origine a psicosi allucinatorie. L'idea
intollerabile è rifiutata dall'Io, ma il tentativo di
rifiutarla non riesce. L'idea ritorna come un
adempimento allucinatorio del desiderio.
Nella paranoia e nella demenza precoce Freud vede un
ritiro della libido dal mondo esterno ed una
concentrazione della stessa, in forma narcisistica,
sull’Io.
Nel
volume “L'Io e l'Es” che apparve nel 1923, Freud
scrisse che la nevrosi è il risultato di un conflitto
fra l'Io e l'Es, mentre la psicosi è l'evoluzione
analoga dì un disturbo dello stesso tipo nel rapporto
fra l'Io e il suo ambiente (mondo esterno). In un lavoro
pubblicato nel 1924, “Nevrosi e psicosi”, scrisse
che mentre nelle nevrosi l'Io in virtù della sua
sottomissione alla realtà sopprime una parte dell'Es,
nelle psicosi l'Io, al servizio dell'Es, si sottrae a
una parte di realtà. In altre parole l'Io accetta parte
dell'Es. Freud sosteneva che nelle psicosi non c'è solo
perdita della realtà, ma anche ristrutturazione della
realtà. La psicosi sostituisce qualcos'altro a ciò che
essa non accetta.
Di
tutti i grandi contributi del fondatore della
psicanalisi, il più importante nei riguardi della
psicosi è il concetto di simbolizzazione, quantunque in
origine non sia stato formulato in rapporto a questo
disturbo. Secondo tale concetto, i sintomi non sono più
accettati a un livello fenomenologico, ma come sostituti
di qualcos'altro che essi simbolizzano. Le forze
repressive dell'Io trasformano i sintomi in modo tale
che non sono più riconosciuti dal paziente come
tentativi di adempiere ai propri desideri. Lo studio dei
simboli, che Freud intraprese nel suo libro dedicato ai
sogni “L’interpretazione dei sogni”, venne poi
esteso, soprattutto da Jung, al campo delle psicosi.
Freud fu il primo psichiatra che riuscì realmente a
spiegare il contenuto della schizofrenia in termini
psicologici. Fu anche il primo a rivelare in modo
convincente l'importanza dei fattori psicologici
nell'eziologia di questa malattia. Freud riuscì inoltre
a spiegare, anche se parzialmente, gli aspetti formanti
di parecchi sintomi, come ad esempio le proiezioni. Il
suo concetto di regressione rimane fondamentale nel
campo della schizofrenia. Tuttavia l'eccessiva
importanza che egli diede alle frustrazioni sessuali
come causa delle regressioni non gli permise di dedicare
sufficiente attenzione al quadro delle relazioni
interpersonali del malato, delle quali le manifestazioni
sessuali costituiscono solo un aspetto.
Carl G. Jung
(1875-1961) ha contribuito moltissimo alla comprensione
della schizofrenia. Nel suo libro “Psicologia
della dementia praecox”
Jung mise in evidenza l'importanza del complesso
autonomo. Gli autori francesi, e in particolare Charcot
e Janet, avevano già avanzato l'ipotesi che una serie di
idee, rimosse dalla coscienza, mantenessero un'esistenza
più o meno indipendente. Janet attribuiva il fenomeno al
così detto “abbassamento del livello psichico.” Jung
aggiunse che la dissociazione di questo gruppo autoctono
di idee era determinata da un meccanismo dinamico. I
tests di associazione di parole lo convinsero che le
idee dissociate avevano una carica emotiva e che i
meccanismi di difesa che le isolavano erano gli stessi
già descritti da Freud negli isterici.
Jung pensava che i deliri, le allucinazioni e gli altri
sintomi schizofrenici fossero dovuti all'attività del
complesso che sfuggiva al controllo della coscienza.
Egli criticò quelle teorie che interpretavano
l'incongruenza apparente tra le funzioni ideative e
affettive dello schizofrenico come dovuta ad atassia
psichica.
Jung fu il primo psichiatra ad intravedere la
possibilità di un meccanismo psicosomatico nella
schizofrenia. Ipotizzava che un disturbo emotivo potesse
generare un metabolismo anormale, e che questo, a sua
volta, producesse un danno fisico al cervello. Jung,
tuttavia, considerava questa possibilità come una pura
ipotesi e non escludeva l'idea che potesse esserci un
disturbo primario del metabolismo, come supponeva
Kraepelin.
Nel
1913 Jung differenziò i suoi “tipi psicologici”,
formulando un concetto che doveva avere una grande
importanza nel pensiero psicologico. Le sue prime idee
intorno a una classificazione psicologica ebbero origine
dal suo tentativo di confrontare l'isterismo e la
demenza precoce in tutti i modi possibili. Egli intuì
che nell'isterismo si trova sempre una “personalità
estrovertita” (così infatti la denominò), con
un'emotività esagerata e un'energia psichica diretta in
senso centrifugo, cioè verso l'ambiente, mentre nella
demenza precoce si verificava l'opposto. Nella demenza
precoce l'energia psichica è centripeta, l'emotività è
diminuita e la personalità nel suo complesso corrisponde
alla sua espressione “introvertita.”
Un
altro concetto che ebbe grande importanza nella sua
interpretazione della schizofrenia, fu l’ipotesi
dell'inconscio collettivo. Jung era rimasto molto
colpito dalla somiglianza dei miti e dei simboli nelle
diverse parti del mondo, indipendentemente dalle
differenze storiche e geografiche, ed era rimasto
altrettanto sorpreso dalle analogie riscontrate nei
contenuti dei deliri dei propri pazienti. Egli spiegò
questa somiglianza come la manifestazione di un
inconscio generale o collettivo che conserva le immagini
primordiali o archetipi che vi sono stati depositati in
seguito al frequente ripetersi di situazioni identiche.
La nostra psiche personale poggerebbe quindi su una più
ampia e profonda psiche impersonale.
Jung riteneva che non fosse sufficiente interpretare i
sintomi del malato come faceva Freud, cioè in base alle
notizie dettagliate ottenute dall'anamnesi personale del
paziente, ma che fosse indispensabile spingersi oltre.
Secondo Jung, ad esempio, l'immagine che una persona ha
dei propri genitori, non può essere attribuita soltanto
ai ricordi d'infanzia, ma anche a forme archetipiche.
All'età di ventitré anni Jung venne a sapere che sua
cugina, insieme ad altre persone, si occupava di
spiritismo ed era soggetta a crisi di sonnambulismo
medianico. Carl Gustav si unì al gruppo partecipando
attivamente ai loro esperimenti.
L’esperienza vissuta con la cugina medium servì a
formare in Jung alcuni dei concetti chiave che
diventeranno le fondamenta delle sue teorie. Carl Gustav
ipotizzò che la personalità di Ivenes, che si
manifestava durante le sedute, fosse la personalità
adulta di sua cugina, che si trovava ancora in fase di
elaborazione nel suo inconscio. La sua crescita psichica
era impedita da ostacoli psicologici e sociali, e
l’attività medianica non era altro che un mezzo
escogitato dall'inconscio per superare questi ostacoli.
In queste nozioni ritroviamo il germe di quella che
sarebbe divenuta la teoria junghiana
dell'individuazione.
Grazie
agli esperimenti fatti con la cugina, Jung comprese che
i contenuti scissi dell'inconscio possono assumere
l'aspetto di una personalità umana e venir proiettati
all'esterno in forma allucinatoria oppure assumere il
controllo della parte conscia, come avveniva durante le
sedute medianiche.
Jung
credeva che le attività extrasensoriali fossero
determinate da un fattore psicologico e che non fossero
in alcun modo dei fenomeni supernormali. La sua
esperienza di vita e il suo lavoro di psichiatra, gli
avevano confermato che tali fenomeni, da lui definiti
“sincronistici”, appaiono in situazioni altamente
emotive, come ad esempio un incidente o una malattia,
oppure durante il processo terapistico, una volta
instaurata una buona dialettica proiettante tra analista
e paziente; era quindi compito della scienza indagarli.
L’interesse che Jung nutriva per le alterazioni della
coscienza che davano luogo a uno sdoppiamento della
personalità, traeva origine dal conflitto che Jung
stesso viveva tra quelle che egli chiamò le sue
personalità n.1 e n.2. Ma il suo interesse professionale
per le doppie personalità era stato suscitato da Pierre
Janet, che Jung riteneva essere un pioniere in questo
campo, e al quale riconosceva un grande merito
professionale: la conoscenza della vasta possibilità di
frammentazione della coscienza.
L’amicizia con Flournoy fu un altro fattore importante
nella vita di Jung, il quale si rivolse spesso a lui
come a un padre. Da lui fu sostenuto in modo particolare
durante il periodo di crisi che seguì la sua rottura con
Freud; con lui, inoltre, poté approfondire alcuni
argomenti che lo interessavano moltissimo come il
sonnambulismo, la parapsicologia e la religione,
interessi che non poteva condividere con nessun altro.
Tra i numerosi contributi della teoria junghiana della
psiche, i concetti di Anima/Animus risultano essere
particolarmente interessanti per l’argomento che stiamo
trattando. Questi archetipi, infatti, si riattivano
quando un individuo sente il bisogno di integrare
aspetti della personalità sacrificati all’esigenza di
costruire la propria personalità sociale. L’anima è una
sorta di personalità interna che viene rappresentata
dall’inconscio mediante determinati individui che
possiedono le qualità corrispondenti ad essa. Questa
esperienza è vissuta come qualcosa di estraneo e di
femminile (nell’uomo) e di maschile (nella donna).
Tra
Anima/Animus e persona esiste un’azione compensatoria:
l’Anima/Animus possiede quelle caratteristiche che fanno
difetto alla persona. Jung sostiene che l’Anima/Animus
condivide con gli altri archetipi i caratteri di
autonomia e inconscietà, che fanno sì che l’archetipo
sia portatore di una grossa carica energetica a cui è
difficile resistere, poiché risveglia l’affetto e prende
possesso della personalità.
Tra le diverse immagini di Anima che si presentarono
personalmente a Jung, la più importante è quella che si
esprimeva con la voce di una paziente psicotica che Jung
aveva curato. Con questa immagine di Anima, dopo aver
imparato a distinguere i suoi pensieri dai contenuti
della voce, Jung instaurò un dialogo inizialmente
difficile, ma che col passare del tempo divenne sempre
più positivo, poiché l’Anima si costituì come ponte tra
la sua coscienza e le immagini dell’inconscio.
Harry Stack Sullivan
(1892-1949) dedicò la sua vita al trattamento della
schizofrenia giungendo a conclusioni molto diverse.
Riteneva che l'eziologia del disturbo fosse da
rintracciare in precoci difficoltà interpersonali
(soprattutto nel rapporto bambino-genitori), e
concettualizzò il trattamento come un processo
interpersonale a lungo termine, che tentava di
individuare quelle problematiche precoci. Inadeguate
cure materne, secondo Sullivan, determinano nel neonato
un Sé carico d'angoscia e impediscono al bambino di
ricevere soddisfazione per i suoi bisogni. Questo
aspetto dell'esperienza-di-sé viene poi dissociato, ma
il danno alla stima di sé rimane profondo. L'esordio
della malattia schizofrenica, nella concezione di
Sullivan, consiste in una rinascita del Sé dissociato,
che porta a uno stato di panico e quindi alla
disorganizzazione psicotica. Sullivan ritenne che vi
fosse sempre, anche negli schizofrenici più ritirati,
una capacità di rapporto interpersonale.
Federn
(1914-2007) dissentiva dall'affermazione di Freud
secondo cui nella schizofrenia vi è un ritiro
dell'investimento oggettuale. Al contrario, Federn
sottolineò il ritiro di investimento energetico rispetto
ai confini dell'Io. Egli notò che i pazienti
schizofrenici sono privi di barriera tra quello che è
dentro e quello che è fuori, perché il confine del loro
Io non è psicologicamente investito (come invece è nei
pazienti nevrotici).
Negli ultimi decenni sono emerse formulazioni
psicodinamiche della schizofrenia più sofisticate
I bambini che finiscono per sviluppare una
schizofrenia hanno un'avversione per le relazioni
oggettuali che rende difficile il legame.
L'ipersensibilità agli stimoli e le difficoltà di
concentrazione e di attenzione sono tratti comuni della
personalità preschizofrenica, cosicché i pazienti
trovano difficile schermare gli stimoli irrilevanti e
avvertono una sensazione cronica di sovraccarico del
sensorio.
Le teorie sull'eziologia e sulla patogenesi devono
tenere in considerazione l'evidenza sostanziale che
fattori genetici giocano un ruolo chiave. In assenza di
tali fattori, anche situazioni familiari altamente
disfunzionali non produrranno una malattia schizofrenica
nella prole.
I figli di madri schizofreniche che avevano
un'esperienza adottiva positiva erano protetti nei
confronti di una schizofrenia futura, mentre gli
individui geneticamente vulnerabili che vivevano in una
famiglia adottiva disturbata tendevano a sviluppare la
malattia. Tuttavia, altri studi non hanno associato la
presenza di una famiglia disturbata allo sviluppo di
schizofrenia.
I sintomi psicotici hanno un significato. Le
allucinazioni o i deliri di grandezza, ad esempio,
compaiono spesso immediatamente dopo un affronto alla
stima di sé del paziente schizofrenico. Il contenuto
grandioso del pensiero o della percezione rappresenta il
tentativo del paziente di compensare la ferita
narcisistica.
Un secondo concetto comune è che le relazioni
interpersonali sono fonte di terrore per questi
pazienti. Le intense ansie correlate al contatto con gli
altri sono evidenti anche se non è possibile
esplicitarne chiaramente le cause. I timori
sull'integrità dei confini dell'Io e la paura della
fusione con gli altri rappresentano un problema di
intensità crescente, che è spesso risolto con
l'isolamento. La relazione terapeutica rappresenta per
il paziente una sfida a essere capace di credere che
dalla sua relazione con gli altri non deriverà una
catastrofe. Infine, un terzo punto comune riguarda la
convinzione di tutti gli autori di orientamento
psicodinamico che relazioni terapeutiche con clinici
sensibili possano fondamentalmente migliorare la qualità
della vita dei pazienti schizofrenici. Anche se la
remissione dei sintomi è pur sempre parziale, la
relazione terapeutica può considerarsi di straordinaria
rilevanza nell'adattamento globale del paziente alla
vita. |